08/04/2021

Facebook: multa da 7 milioni per non aver informato gli utenti sugli scopi commerciali

L’AGCM sanziona Zuckerberg, ma ha senso una multa del genere?

La notizia è di fine 2018, ma solo in questi giorni Facebook ha dovuto ammetterlo pubblicamente, comunicando in home page la sanzione ricevuta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

L’AGCM ha sanzionato Facebook Ireland Ltd. e Facebook Inc. con una multa da 7 milioni di euro per non aver ottemperato alla diffida di rimuovere la pratica scorretta sull’utilizzo dei dati degli utenti. Ecco cosa aveva accertato l’Autorità
 

“Facebook induceva ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla sua piattaforma non informandoli subito e in modo adeguato - durante l’attivazione dell’account - dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, enfatizzandone viceversa la gratuità”.


Non solo. Per l’Antitrust le informazioni fornite da Facebook risultavano generiche e incomplete e non fornivano una adeguata distinzione tra l’utilizzo dei dati necessario per la personalizzazione della piattaforma e l’utilizzo dei dati per realizzare campagne pubblicitarie mirate.

Facebook nei mesi scorsi ha così eliminato il claim relativo alla gratuità del servizio in fase di registrazione (che recitava “è gratis e lo sarà sempre”), pur continuando a non informare in modo esplicito gli utenti sull’utilizzo a fini commerciali dei dati personali raccolti.

“Secondo l’Autorità – si legge nel comunicato dell’AGCM –, si tratta di informazioni di cui il consumatore necessita per decidere se aderire al servizio, alla luce del valore economico assunto per Facebook dai dati ceduti dall’utente, che costituiscono il corrispettivo stesso per l’utilizzo del servizio”.

Ma tutto questo ha davvero senso?

Premessa: il fatturato di Facebook nel 2019 è stato di 70,7 miliardi di dollari con un utile netto di 18,48 miliardi, quindi una multa di 7 milioni non turberà i sogni di Mark Zuckerberg. Ma in ogni caso una sanzione del genere ha davvero senso?

Sembra che la strategia delle autorità garanti sia simile a quella intrapresa, ad esempio, per le sigarette. Ovvero che basti esplicitarne i rischi nell’utilizzo per lavarsene la coscienza. Se però l’obiettivo è quello di ridurre le morti dovute alle patologie legate al fumo, più che scrivere sui pacchetti “il fumo uccide” sarebbe più logico vietarne la vendita. Del resto si parla di salute pubblica. Allo stesso modo, se la privacy è un bene così importante, basta un avviso da accettare con un checkbox? O sarebbe opportuno impedire la raccolta e l’utilizzo indiscriminato dei dati sensibili delle persone?

La risposta è ovvia, ma il motivo è sempre e solo economico. Gli interessi commerciali dietro la raccolta e l’utilizzo dei dati sono troppo grandi, ma se il problema di privacy esiste (ed esiste), forse bisognerebbe fare qualcosa in più di una multina.

Idee?

I governi potrebbero ad esempio investire nella formazione digitale. Così come negli anni abbiamo visto campagne contro il fumo (anche se troppo poche) sarebbe opportuno sensibilizzare le persone sui rischi legati alla diffusione dei dati personali online su piattaforme commerciali, indipendenti e incontrollabili.

La privacy, solo quando fa comodo

Forse sarebbe opportuno anche porsi una domanda: è più pericoloso che un’azienda tracci le nostre abitudini per mostrarci inserzioni in linea con il nostro profilo, oppure pubblicare video, dirette, foto delle nostre abitazioni, delle nostre vacanze e dei nostri figli su queste stesse piattaforme accessibili a tutti?

Facebook non fa che offrire un servizio gratuito, chiedendo in cambio i nostri dati personali per mostrarci pubblicità. Siamo noi, però, che diamo volontariamente in pasto alla piattaforma la nostra vita privata, spesso fornendo informazioni che non dovrebbero essere mai condivise. Ma su questo aspetto i Garanti non si interrogano mai.


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di Alessio Ritucci

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08/04/2021
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