21 Novembre 2015

Terrore a Parigi: quale ruolo per i social?

Quando i social media prendono parte attiva al racconto, tra speranze e confusione

In questi giorni, a seguito degli attentati di Parigi, stiamo vivendo un’alternanza di sentimenti e sensazioni a cui fino ad oggi eravamo poco abituati. Ad influire sul nostro stato d’animo è senza dubbio la fortissima esposizione mediatica a cui siamo sottoposti. La “responsabilità” del web e dei social media è altissima, nel bene e nel male. 

Facebook e Twitter sono stati senza dubbio i padroni della scena, prendendo parte attiva al racconto e contribuendo alla ricostruzione dei fatti. Le prime immagini e i primi video hanno iniziato a diffondersi subito, tempo zero dalle prime esplosioni, tirando una mega doccia fredda su un venerdì sera apparentemente normale. Siamo finiti tutti dentro il dramma, senza filtri. Mentre le redazioni di tutto il mondo aprivano i collegamenti con la Francia, a Parigi si diffondeva l’hashtag #PorteOuverte con cui i parigini segnalavano la propria disponibilità ad accogliere chiunque si trovasse in difficoltà. Un’iniziativa spontanea, immediata e realmente efficace. 

Facebook contemporaneamente attivava il Safety Check, per permettere alle persone presenti nella capitale francese di segnalare rapidamente la propria condizione ai contatti sul social network. Precedentemente il sistema era stato sperimentato in occasione di catastrofi naturali. 

#PrayForParis è stato il grido silenzioso che si è levato appena il mondo ha preso coscienza dell’accaduto, e che accompagna ancora oggi messaggi di solidarietà da ogni angolo del mondo. Anche il popolo di Instagram ha detto la sua con oltre 6 milioni di foto caricate. Altre manifestazioni di solidarietà (almeno simboliche) sono arrivate con la possibilità offerta da Facebook di inserire una bandiera francese nella propria foto profilo.

Le rivendicazioni degli attentati -anche questa volta- non si sono fatte attendere e sono arrivate tramite Twitter; successivamente migliaia di account sono stati bloccati dagli hacktivist di Anonymous. L’operazione #OpParis messa in piedi dagli hacker, ha come obiettivo l’abbattimento della propaganda del Califfato sul web.

Sabato, alle prime luci dell’alba ci si è scontrati nuovamente con la dura realtà. Su Twitter si diffondeva rapidamente #RechercheParis, una raccolta di annunci di persone di cui non si avevano ancora notizie, spesso accompagnati dalle foto. Un’altra iniziativa spontanea e di grandissima utilità. 

Una bella storia è quella della ragazza che per scappare dal Bataclan era rimasta aggrappata ad una finestra e che grazie a Twitter è riuscita a trovare e ringraziare il suo salvatore. Positivo è anche il segnale lanciato dalla comunità musulmana che ha preso le distanze dall'accaduto diffondendo #notinmyname prima sul web e poi nelle piazze.

Terminata la prima fase di sgomento e paura, Facebook si è riempito di articoli, osservazioni e analisi di ogni tipo, ma è ormai chiaro che -almeno in Italia- abbiamo un grandissimo problema culturale che non ci permette di distinguere tra fonti autorevoli e non. La situazione è presto diventata tragicomica, con le “bufale” che hanno conquistato una viralità incontrollata e i giornali che hanno tuonato con titoli a dir poco imbarazzanti, contribuendo a creare confusione. Nel frattempo i politici di ogni colore e schieramento da giorni se le danno di santa ragione a colpi di post, tag e tweet.

Questi sono semplicemente alcuni degli spunti di riflessione offerti dal web. 
Insomma, è evidente che nel 2015 tutto (o quasi) quello che accade nel mondo passa tra le maglie della rete, che spesso ne amplifica la portata causando effetti a volte positivi e a volte negativi. Sta a noi avere l’intelligenza di analizzare, capire, interpretare e gestire quello che ci passa sotto gli occhi.

di Federico Cerioni

WEB STRATEGIST & PROJECT MANAGER

21 Novembre 2015
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